Piazza Archimede di Siracusa è un’affascinante piazza su cui si affacciano palazzi che riassumono tutta la storia siciliana, dal Medioevo al Barocco. Al centro della piazza spicca la bella fontana di Diana dello scultore Giulio Moschetti del 1906 che narra la leggenda di Aretusa, raffigurata nell’atto di fuggire da Alfeo che cerca di afferrarla. I palazzi che vi si affacciano ripercorrono idealmente tutta la storia dell’isola, dal Medioevo ai nostri giorni. In senso orario incontriamo il palazzo del Banco di Sicilia, del 1928 caratterizzato da un portale incorniciato da semi colonne bugnate e da un secondo ordine scandito da paraste ioniche. A Est vi è il palazzo Pupillo (1773 – 1800), con il prospetto leggermente convesso, irregolare rispetto all’asse stradale via Roma – via Dione. L’incrocio con le vie della Maestranza e Roma è caratterizzato dall’originale cantonale di palazzo Interlandi Pizzuti, sorto sull’area del palazzo Landolina. Segue il palazzo Gargallo di fondazione seicentesca. Deve il suo attuale aspetto, con la ricca decorazione in stucco, ai rimaneggiamenti degli anni 1895 – 1899. Contiguo è il palazzo Lanza – Bucceri – in origine Platamone di cui conserva ancora gli stemmi sui capitelli delle colonnine. Il palazzo della Banca d’Italia (o dell’orologio) – costruzione quattrocentesca, rifatta negli anni ’50 – chiude il quarto lato della piazza.
Appena usciti dall’Hotel non si può mancare la visita alle bancarelle del mercato, dove i venditori descrivono i loro prodotti cantando nenie in lingua locale, con un accento buffo e folcloristico. Sembra essere immersi in una tipica souk araba.
Qui possiamo ammirare le bancarelle colme di vivande come ortaggi, carni, latticini, legumi ma soprattutto pesci, frutti di mare e vari prodotti ittici, le cui bancarelle corrispondenti alle attigue botteghe (appartenenti a svariate famiglie di pescatori abbastanza note a Siracusa e in provincia), ma soprattutto le cosiddette “Vanniate” (grida) di coloro che devono venderlo, portano il turista in un’atmosfera molto lontana dalla fredda modernità di oggi, quando i prodotti erano veramente genuini e venivano venduti folcloristicamente alla gente che, attratta dalle grida del “Principale” (colui che aveva in gestione la bancarella, ossia ne era il “capo” o “padrone”) o dei cosiddetti “Picciotti” (letteralmente significa “Ragazzi”, ma indica coloro che, assieme al “Principale”, gestivano la bancarella; di solito erano soci o parenti di quest’ultimo) oppure dai “Iarzuni” (il significato letterale è “Garzone”, ma indica coloro che lavoravano per il “Principale” o per i “Picciotti”), accorrevano per comprare le vivande (genuine e senza dubbio più saporite e naturali di quelle che si comprano nei moderni centri commerciali) che la terra o il mare dava con il sacrificio di chi lavorava duramente per sfamare le proprie famiglie.
Tutto questo avviene ancora qui in questo mercato e nei tanti altri mercati giornalieri, settimanali o quindicinali (che si tengono ogni 15 giorni) nei centri della provincia aretusea.
Da non perdere una colazione o aperitivo/spuntino dai Fratelli Burgio o al Caseificio Borderi.

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